Partenza. It's time to say "Goodbye NYC". - Capitolo 6
  • Partenza. It’s time to say “Goodbye NYC”. – Capitolo 6

    Ott 05th • Filed under New York

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    Era arrivata la tanto temuta data della partenza. Erano volate quelle due settimane. Erano corse via in un soffio di vento, di quel vento che profuma di mare che mi aveva accolta la prima sera.

    I miei giorni a New York erano terminati.

    Ricordo quel giorno come un giorno di cuore pesante. Non parlavo, sentivo qualcosa di “nero” dentro. Una nostalgia atavica, lontana. Giravo per le ultime ore tra le vie di quella città e pensavo che no, non volevo partire. Ma si sa, tutto prima o poi ha una fine.

    Quel primo distacco fu violento. Forse perché fu emotivamente molto più forte di quanto mi aspettassi. Forse non ero preparata. Forse, come molti ora faranno, leggendo queste righe, pensavo che fosse impossibile innamorarsi così di un luogo. Sentirsi a casa. Sentirsi se stessi.

    Quelle due settimane avevano cambiato qualcosa, ma ancora non sapevo cosa. Forse più che cambiare, avevano innescato una miccia.

    Gli eventi che sarebbero avvenuti nei successivi due anni sarebbero stati nient’altro che un enorme effetto domino innescato da quell’unico secondo e istante. Il momento nel quale ero arrivata lì. O forse il momento nel quale avevo deciso di andare lì.

    La partenza era imminente, il mio aereo partiva la sera, attorno alle 22. Ricordo che per tutta la giornata feci in modo di non pensarci. Chiudevo gli occhi, mi ri-immergevo in quel mondo sommerso.

    Piedi che tremano, metro.

    Profumi etnici, truck fuori dagli uffici.

    Rumori assordanti, clacson.

    Vento gelido, mare.

    Era tutto lì. Tutto quello che volevo portare a casa.

    Sì, perché di New York non mi interessavano grattacieli, modernità, lusso. No, io volevo la sua energia. Il suo ventaglio di possibilità.

    Volevo stare ancora un po’ nel suo vortice per vedere se riuscivo a surfare le onde o se la marea mi avrebbe risputato a riva.

    Ma alla fine lo sapevo, la partenza era inevitabile. I miei minuti con New York stavano finendo e quasi, ad un certo punto, mi auguravo che passassero veloci per farla finita. Smettere di pensarci. Separarsi e far finta che non sia mai successo.

    Salii in aereo e mi resi conto che non parlavo da mezza giornata. Il mio fidanzato credo abbia capito lì che la faccenda era bella seria. L’aereo decollò e le lacrime cominciarono a scendere: stavo tornando alla vita che non volevo. 

    Quella dalla quale ero fuggita, quella che avevo messo in pausa e avevo fatto finta che non esistesse.

    Mi sentivo come se mi avessero tolto le catene per due settimane, mi avessero fatto guardare oltre le sbarre per poi richiudermici. Fu tremendo.

    Ma sapevo che dovevo passare attraverso quel tunnel, dovevo tornare indietro.

    Quando l’aereo si abbassò sul mare che lambisce l’aeroporto di Venezia pensai “ci siamo”. Ero contenta di riabbracciare la mia famiglia, ma sapevo che mai avrebbero capito. Che tutto quello che avevo vissuto dovevo tenerlo dentro di me. Sapevo che avrebbero sminuito quelle mie sensazioni, che non avrebbero creduto ad una sola parola. Sapevo che mi sarei sentita sola.

    La prima sera passata in Italia ricordo che camminando per strada continuavo a pensare “quanto buio, quanta solitudine”.

    La partenza aveva cambiato le prospettive, aveva rovesciato il mondo. O per lo meno il mio.

    La partenza era stata il più bell’arrivo. Ma, ciò che ancora non sapevo era quella partenza non mi avrebbe fatto perdere l’energia che New York mi aveva regalato. No, l’avrebbe rimessa in circolo. L’avrebbe trasformata in qualcosa di mio, di creativo, di vivo, di ribelle, di vero.

    Che cosa?

    G for Grace.

    La mia vita era tornata al punto di partenza: ero in crisi, non sapevo cosa fare, la scuola di specialità sarebbe iniziata di lì a qualche giorno e io mi sentivo in trappola. Spalle al muro. Una vita che non mi apparteneva. Ma ciò che faceva più male è che io non sapevo cosa volevo fare della mia vita. Sapevo cosa non volevo fare ma non cosa avrei potuto fare.

    Ero disorientata. 

    Non saper dove andare è davvero alienante. Le persone non capiscono quanto può essere difficile affrontare una situazione del genere. La mia bussola non segnava nessuna direzione. Sui punti cardinali appariva la stessa scritta “stai sbagliando”, “non sei all’altezza”, “non fa per te”.

    Stavo percorrendo un percorso ad ostacoli ma non riuscivo a saltare. Quel percorso era infinito, il traguardo non esisteva. Sarei rimasta lì dentro per sempre. Mi sentivo inerme. La scuola di specialità stava per iniziare, continuavo a pensare a cosa avrei potuto fare per avere una boccata d’aria. La parvenza di una via d’uscita. Un micro secondo di libertà.

    Era tornata l’ansia. Era tornata la sensazione di soffocamento. Era tornata la sensazione di essere sbagliata. Di essere un fallimento.

    Poi un giorno, riguardando le foto del mio viaggio a New York, mi tornò tra le mani quella foto con le lucine, scattata la sera prima della partenza. Non so come accadde ma mi venne questa idea: se New York mi aveva insegnato che potevo essere tutto ciò che desideravo io volevo solo essere me stessa.

    Mi aveva messo questa pulce nell’orecchio, me l’aveva fatta provare quella sensazione. Non ero sbagliata, forse ero sbagliata in quella situazione. Forse ero troppo giusta, ma dovevo essere giusta solo per me.

    Era difficile. Tanto.

    Volevo essere me stessa davvero. Volevo potermi esprimere senza sentirmi dire che i miei pensieri erano sciocchezze, che ero esagerata, che nella vita c’era di peggio. Continuavano a dirmi così “c’è chi sta peggio, le situazioni gravi sono altre, ti stai perdendo in un bicchiere d’acqua”. E io ero, e sono, perfettamente d’accordo. Tuttavia credo che sia giusto considerare anche l’altra faccia della medaglia: io dalla mia vita voglio il massimo. Questo non significa scordare tutti i privilegi che ho, anzi,  ma significa puntare alto, far forza su quei privilegi come la salute, la famiglia, una bella casa, ecc…e  migliorare la mia vita, migliorare me stessa.

    Volevo esprimermi quindi, parlare al mondo di me, della vera me. E volevo un modo per farlo che non potesse essere zittito o sminuito. Fu così, con quella foto tra le mani, che nacque G for Grace.

    G for Grace è nata così. G for Grace è frutto di quella partenza dall’Italia, ma anche di quella da New York. G for Grace è frutto dell’energia della Grande Mela. G for Grace è nata grazie alla voce di Manhattan che per tutte quelle settimane mi ha sussurrato “puoi essere ciò che desideri, abbi coraggio“.

    E questo è solo l’inizio della storia che ora ci porta tutti qui, su questo sito, a leggere queste righe.

     

     

    Partenza. It’s time to say “Goodbye NYC” è parte di un filone di post relativi alla mia storia a New York. Puoi trovare il primo episodio, dove tutto ha avuto inizio, qui. Un viaggio lungo tre anni, un sogno che si è realizzato con la vittoria della Green Card Lottery (ti spiego come partecipare alla lotteria qui) e un futuro tutto da scrivere. Ti aspetto sui miei canali social per scrivere assieme questa avventura: InstagramFacebookYouTube.
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