Manhattan, le luci della città che non dorme non si spengono mai
  • Manhattan, le luci della città che non dorme non si spengono mai – Capitolo 4

    Set 21st • Filed under New York

    manhattan

    I giorni trascorrevano veloci, passavano uno dopo l’altro, come le pagine di un libro. Il cielo era sempre terso, il sole illuminava le nostre passeggiate tra le trafficate vie di Manhattan. Ero felice. Ero davvero felice. Non smettevo mai di meravigliarmi di ciò che vedevo, era un concentrato esplosivo di novità. Era come assaggiare una nuova pietanza, ricca di sapori, a volte contrastanti, ma che si sposano alla perfezione.

    Mi rendevo conto che New York stava abbattendo alcune delle mie barriere, abbassava i confini tra me e il mondo esterno. Stava mettendo ko le mie difese. Tra le vie di Manhattan mi sentivo al sicuro, mi sentivo me stessa.

    E poi, New York è così: bum, sorpresa! Ricordo che camminavo a Soho e un vento gelido soffiava dall’oceano, il sole era caldo, ma l’aria davvero fredda. La sera tornammo a casa, quella casa che era un tugurio, ma che per me era casa “di cuore” e uscendo a cena eccola lì, la sorpresa.

    Definirlo diluvio sarebbe riduttivo: non ho mai visto così tanta acqua cadere dal cielo. Sulle strade c’erano 10 centimetri buoni di pioggia, un vento gelido soffiava forte, New York era zuppa e le sue strade, sempre così affollate, ospitavano solo rari passanti infreddoliti che correvano a casa.

    Ricordo che non riuscimmo neppure ad andare al market dall’altra parte della strada a comprare qualcosa per cena da quanta acqua c’era a terra.

    Andammo a letto senza mangiare e mi svegliai la notte sentendo degli strani rumori in casa. Nella penombra non vedevo nulla ma sentivo gli scricchiolii sul pavimento in terra, continui. Come passi silenziosi ma costanti. Provenivano dal nostro appartamento, come se qualcuno stesse perlustrando la stanza. Ricordo che con quel poco (molto poco) di coraggio che avevo addosso svegliai il mio fidanzato, pensavamo ci fosse qualcuno. Attimi di panico, giuro. Accendendo la luce scoprimmo che la casa era deserta.

    Gli scricchiolii erano dovuti ai tubi del riscaldamento che, in quel vecchio palazzo, facevano brontolare i pavimenti. Un continuo “scik, sciok” che ci accompagnò tutte le notti sino alla nostra partenza.

    New York si preparava all’inverno. E lei sapeva bene perché.

    La mattina successiva uscimmo come nulla fosse nel sole della mia adorata Manhattan e dovetti fare i conti con una nuova lezione: nulla è come sembra, le cose cambiano in un attimo. Sì, c’era il sole. Sì il cielo era terso. Ma eravamo passati da una temperatura di 20 gradi ad appena 7.

    Il freddo di New York non è il freddo al quale siamo abituati noi. E’ un freddo pungente, secco, ti entra nelle ossa. Ti senti congelare persino il cervello e i pensieri. E’ un freddo accompagnato da un vento che profuma di mare, un vento forte. Un vento che non c’è e poi appena giri l’angolo e i grattacieli non ti proteggono più, ti sbatte in faccia. Un freddo violento, dal quale non ci si difende.

    Ed è così sapete. Una bella metafora di com’è New York: sole e vita, ma a volte sa essere gelida e spietata. Alle volte ti devi coprire e proteggere. Da lì i miei ricordi sono intrinsecamente legati alla sensazione di freddo. E io odio il freddo. Quindi se ho amato New York nonostante il gelo, significa che era davvero speciale.

    Delle due settimane trascorse a New York nel 2014 ricordo che la prima è stata totalmente priva di organizzazione, era un girare senza meta. Un ambientarsi, meravigliarsi, adattarsi, provare. La seconda fu un tour de force per cercare di vedere qualche museo o punto d’interesse. Ma vi dico la verità, New York è tutta un museo, è un’esperienza di vita. Chiudersi all’interno delle mura di qualche edificio mi faceva subito diventare nervosa, mi sembrava di perdermi il vero spettacolo, che era lì fuori.

    Le giornate correvano veloci tra Brooklyn, l’Empire State Building con la sua vista mozzafiato dall’alto, le cene a base di maxi hamburger, la Statua della Libertà, piatti etnici prelibati, scorribande al Chelsea Market. I miei occhi si perdevano tra tutti quei posti così nuovi, eppure così “miei”.

    Guardavo le case, le persone e continuavo a immaginare le loro vite. Osservavo gli uomini d’affari in coda al chiosco mobile nel quale un signore indiano preparava loro i piatti tipici della sua cucina. Mangiavano su questi rotondi piatti di plastica con i bordi alti. Una piadina sottile, della carne speziata sfilacciata a pezzetti piccoli. Dell’insalata. Tutto assieme. mangiavano di gusto scegliendo la cucina etnica che più gli andava per quel giorno.

    New York non ha infatti una vera e propria tradizione culinaria, quindi ha abbracciato quelle altrui. Le vie di Manhattan pullulano di ristoranti che propongono cucine da ogni parte del mondo. E per gli americani è normale gustare pietanze straniere. Un ventaglio di possibilità, culinarie e non, che non può che stimolare costantemente alla crescita.

    Ricordo che una sera prendemmo la metro, con un pretzel tra le mani, direzione Brooklyn. Sapevo esattamente dove volevo andare, ma non sapevo come arrivarci.

    Camminavamo nel buio, la strada acciottolata, un nuovo scenario rispetto alla valle di cemento della caotica Manhattan. Mille localini con le lucine e gli arredi più chic ma strampalati fiorivano su quelle vie, deserte. Qui non c’erano i taxi a sfrecciare, le sirene costanti, il traffico. Sembrava un altro mondo. Sapevo che per raggiungere il posto nel quale volevo andare avrei dovuto attraversare un parco.

    Erano quasi le nove di sera e mi trovavo all’ingresso di questo parco, i sentieri si perdevano tra gli alberi e la vegetazione. Un senso di pericolo mi correva lungo la schiena, in Italia non avrei mai fatto una cosa del genere. In Italia sarebbe stato pericolosissimo, sarebbe stato come “andarsele a cercare”. Camminavamo nel buio sui sentieri di ghiaia addentrandoci nel parco di notte. Ad un tratto lo sentii: il rumore delle onde che si infrangono, il profumo di mare. Seguii quella scia, quel profumo che aveva accompagnato tanti momenti della mia vita, e il sentiero che stavamo percorrendo si aprì su una piccola spiaggetta.

    Vidi molte persone, tante regolavano treppiedi e macchine fotografiche ad immortalare uno degli spettacoli più suggestivi che abbia mai visto.

    Alla mia sinistra svettava il Brooklyn Bridge, le sue ossa di ferro, la sua fama, maestoso, simbolo di New York. Alla mia destra, subito sopra di me, il Williamsburg Bridge. Due giganti che collegano la terraferma a Manhattan.

    Di fronte a me..beh. Proprio lei: Manhattan con tutte le sue luci, il suo scintillio. La si vedeva tutta. Una miriade di palazzi, grattacieli, finestre e luci. Migliaia di vite, di persone che cenavano al tavolo con la loro famiglia, abbracciavano i propri figli, festeggiavano una promozione sul lavoro, piangevano una persona cara, brindavano alla vita, all’amore, a New York.

    Siamo rimasti lì al buio non so per quanto, al freddo, a guardare quello spettacolo.

    So che spesso vi parlo di queste luci e lucine, ma non è solo lo spettacolo “visivo”. E’ che in quei momenti la mia mente si perde, viaggia libera, vola e raggiunge mete che non mi permetto neppure di ipotizzare normalmente.

    E’ che in quei momenti accade una magia a livello di energie. Io divento un tutt’uno con quello scenario. Posso immaginare la mia vita lì, tra quelle strade, tra quelle lucine. E no, non la immagino come una favola tutta rosa e fiori, la immagino davvero dura, ma con un lieto fine. Come un percorso tortuoso, tortuoso emotivamente. Ma lo vedo il traguardo, so che se ci metto me stessa posso raggiungerlo.

    Ho sentito da subito che qualcosa mi avrebbe per sempre legato a questa città. Ho sentito da subito che avrei ottenuto la Green Card. Non so spiegare come. Lo sapeva la mia pancia, la mia parte irrazionale, lo sapeva. E basta.

    E così è stato. Perché forse era l’unico modo nel quale poteva e doveva essere.

     

    “Manhattan, le luci della città che non dorme non si spengono mai” è parte di un filone di post relativi alla mia storia a New York. Puoi trovare il primo episodio, dove tutto ha avuto inizio, qui. Un viaggio lungo tre anni, un sogno che si è realizzato con la vittoria della Green Card Lottery (ti spiego come partecipare alla lotteria qui) e un futuro tutto da scrivere. Ti aspetto sui miei canali social per scrivere assieme questa avventura: InstagramFacebookYouTube.

     

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