Un appartamento a Manhattan - Capitolo 2 - G for Grace
  • Un appartamento a Manhattan – Capitolo 2

    Set 06th • Filed under New York

    appartamento a manhattan

    Avevamo preso in affitto un mini appartamento a Manhattan, la famigerata “formula studio”: nient’altro che un’unica stanza con cucina, camera e un piccolo stanzino con il bagno. L’appartamento, dalle immagini viste in internet, sembrava molto accogliente e curato, era di B. un signore sulla cinquantina che lavorava per una nota azienda di moda. Era stato progettato da un famosissimo designer d’interni perché B. aveva fortemente desiderato un appartamento a Manhattan e, nonostante qualche stramberia (come il box doccia accanto al lavello della cucina, nascosta in modo che sembrasse un normale pensile) ci aveva convinti a prenderlo in affitto perché godeva di una posizione ottimale e il prezzo era davvero conveniente. 

    B. mi aveva avvertito che non sarebbe stato in casa al mio arrivo, ma avrei trovato un suo collaboratore che si occupava delle faccende di casa quando lui era in viaggio per lavoro.

    Mi era sembrato un segno che, quel piccolo appartamento a Manhattan, avesse una cabina armadio, proprio come quella di Carrie, in Sex and The City. Così, quando scesi dal taxi e mi ritrovai sul marciapiedi, mi sentii impaziente ed emozionata all’idea di conoscere finalmente quella che sarebbe stata la mia casa.

    Quattro scalini di pietra, le valigie pesanti, la pioggia sottilissima, quasi impercettibile.. uno, due, tre e quattro.

    Suonai il campanello e la prima porta si aprì per lasciarci entrare in un minuscolo corridoio di circa un metro e mezzo sul quale si apriva una seconda porta, a vetri, che dava sull’androne delle scale del palazzo.

    Superammo anche la seconda porta e un odore forte mi colpì, di chiuso.. Non era un buon odore.. bye bye odore di mare..

    Quattro erano i piani di scale da fare a piedi per arrivare all’appartamento, ma lo sapevamo. Quegli scalini, alti e stretti, erano di legno e scricchiolavano man mano che ci arrampicavamo fino all’ultimo piano.

    Arrivammo finalmente in cima e il collaboratore di B., un ragazzo del sud est asiatico, ci accolse con un sorriso e una stretta di mano. In cinque minuti ci diede le informazioni di cui avevamo bisogno per la gestione della casa, ci consegnò le chiavi e ci augurò buona permanenza.

    Mi guardai attorno: l’appartamento era illuminato da candele, sparse qui e lì, le sirene di Manhattan non accennavano a smettere di ululare fuori dalla finestra. Allora era così avere un appartamento a Manhattan. Era una sensazione strana: bisognava riadattarsi.

    Stanchissimi per il viaggio, accendemmo la luce decisi a disfare i bagagli e fare una bella doccia calda e…..puff.. la magia sparì. La casa era davvero, davvero, davvero sporchissima.

    Ok, io sono abbastanza maniaca di pulizia e igiene, ma lo spettacolo che mi si parò davanti è abbastanza difficile da dimenticare: la coperta del letto, bianca, aveva un’enorme macchia marrone. A terra ovunque c’erano polvere e capelli, la doccia era coperta da uno strato di muffa verde, nel forno il tacchino non solo era stato cucinato, ma probabilmente ci era anche esploso. Il mio appartamento a Manhattan era bello, ma era una lurido.

    Lo ricordo come fosse ieri, mi misi seduta e piansi. Erano lacrime di stanchezza, di delusione, come se il mio sogno avesse una crepa, una falla. Io e Francesco conserviamo ancora il video che mi fece in quel momento nel quale mi chiedeva “Allora com’è New York?” e io con un singhiozzo rispondevo “bella, ma tanto sporca”.

    Prima lezione imparata: il concetto di igiene degli americani è molto diverso dal nostro e, purtroppo, ebbi modo di constatarlo più e più volte.

    Avevo la fortuna di avere con me il mio fidanzato, che sa esattamente come prendermi in questi miei momenti di debolezza. Mi disse “andiamo a cercare delle ciabatte per fare la doccia e qualche detersivo, al resto ci penseremo domani con più calma”.

    Uscimmo nel buio della notte di Manhattan, con la pioggia che batteva e presto ci rese fradici. Uscire di lì era quasi un sollievo.

    Mi fermai prima di tutto in un Duane Reade: guanti, candeggina, prodotti per la pulizia, dovevo ripulire il mio sogno. Poi vagammo di negozio in negozio in cerca di un paio di Havaianas o similari.. Non fu facile trovarle perché era Ottobre e noi non sapevamo come si chiamassero le infradito in inglese. Alla fine entrammo in uno di quei tipici negozietti newyorkesi dove potete trovare di tutto: dal materiale per il bricolage, al make up, oggetti di cartoleria, e via dicendo. Riuscimmo a vederle, erano appese al soffitto e una ragazza gentilssima si arrampicò con la scala e un bastone per prenderle e consegnarcele. Missione compiuta!

    Uscimmo un po’ meno scoraggiati. Non avevamo la connessione internet, camminavamo tra le vie di Midtown senza avere la più pallida idea di dove stessimo andando.

    Erano le 8 di sera, nonostante la pioggia, molte persone camminavano veloci e spedite sui marciapiedi, attraversavano ai semafori come un ordinato esercito di formiche determinate.

    Camminammo con il naso all’insù, come fa chiunque metta piede a Manhattan per la prima volta. Ad un certo punto eravamo, senza essercene accordi, divenuti parte di quell’esercito di formiche che, procedendo deciso, mi regalò un ricordo memorabile.

    Dal buio più profondo della notte, la luce. Una luce bianca, abbagliante, che proveniva da tutte le parti. Le formiche si sparpagliavano, rinunciavano al loro ordine perfetto: eravamo a Times Square.

    Ricordo che, tutta bagnata dalla pioggia, alzai lo sguardo e non riuscii a parlare.

    Pensavo solo “ci sono, sono viva”.

    Le luci abbagliavano gli occhi, le gocce di pioggia, illuminate dagli enormi led, sembravano argentate, la musica che proveniva dai negozi, le sirene, i clacson, il vociare della gente, i flash delle foto, il fumo dei tombini: questo fu il mio primo incontro con la città che non dorme mai.

    Dovete sapere che, per molti americani, Times Square è un luogo da evitare: lo ritengono turistico, caotico e privo di interesse.

    Io non ho mai amato Times Square per le sue luci o per la confusione dell’esercito di formiche che si sparpaglia, no, io l’ho amata per l’energia. Unica, magica, impalpabile ma travolgente.

    Succede questa cosa particolare quando ti ritrovi a Times Square: stai in piedi in mezzo ad un fiume di persone che ti passano accanto, senti le voci, le vibrazioni della metro sotto i tuoi piedi, vedi i bagliori delle luci, percepisci odori e sapori sconosciuti e ti senti vivo.

    Vivo e parte di qualcosa di unico. Li puoi sentire tutti, quei cuori che battono all’unisono.

    Senti la vita che pulsa, con le sue storie, le sue avventure, le diversità e le similitudini, le disgrazie e le gioie travolgenti, le possibilità.

    Senti te stesso, piccolo piccolo, ma ci sei. Sei parte di qualcosa, un pezzo indispensabile di un ingranaggio enorme. Con tutte le tue fragilità, paure, debolezze, che diventano piccole perché piccole sono in confronto alle possibilità, infinite e illimitate, che hai come essere umano. Unico, nella sua diversità, inimitabile, nella sua unicità.

    Senti la forza e l’energia della vita.

    E ti senti parte di tutto ciò.

    E ti dimentichi anche del tuo sporco appartamento a Manhattan, perché tutto ciò che conta lo hai lì con te: un cuore, una passione, un’idea, un amore e un sogno da realizzare.

     

    “Un appartamento a Manhattan” è parte di un filone di post relativi alla mia storia a New York. Puoi trovare il primo episodio, dove tutto ha avuto inizio, qui. Un viaggio lungo tre anni, un sogno che si è realizzato con la vittoria della Green Card Lottery (ti spiego come partecipare alla lotteria qui) e un futuro tutto da scrivere. Ti aspetto sui miei canali social per scrivere assieme questa avventura: InstagramFacebookYouTube.

     

     

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