New York, nel vortice con il naso all'insù - Capitolo 3
  • New York, nel vortice con il naso all’insù – Capitolo 3

    Set 14th • Filed under New York

    New York

    Mi sembra inutile raccontarvi che la mattina seguente fu dedicata alle pulizie, all’acquisto e al lavaggio di lenzuola e coperte (la lavanderia a gettoni fu un altro capitolo molto dolente) e che, solo dopo aver sistemato queste incombenze, potemmo iniziare a gironzolare per New York.  I primi tre giorni li descriverei così: camminare con il naso all’insù, stando attenti a non cadere nel vortice.

    Nessuna città che io abbia visitato finora mi ha trascinata e risucchiata nelle sue strade come New York. Vagavamo senza meta, non per visitare chissà che attrazione turistica o prestigioso museo, tutto ciò che c’era davvero da vedere era lungo la strada, tra la gente, nei colori e negli odori.

    Proprio per questo New York o la si ama o la si odia: ti assorbe, ti risucchia e non si sa bene se poi ti sputi fuori intero o a pezzetti.

    Per chi non ci fosse mai stato proverò a spiegare uno scenario tipo: vi trovate per strada. Immaginate una grande arteria principale, come ad esempio la 9th Ave, abbastanza lontana dal caos di Times Square, ma abbastanza vicino a tutto ciò che dovete avere a portata di mano a Manhattan. Caos ovunque. Sirene incessanti. Rumore di pneumatici che inchiodano sull’asfalto fischiando. Clacson impazziti. Musica etnica proveniente da qualche gipsy cab. I taxi sfrecciano all’impazzata come biglie gialle. La gente parla ad alta voce per la strada, mille accenti, mille culture.

    New York è in continuo movimento, non si ferma mai. New York ha una notte viva quanto il giorno, è la città che non dorme mai.

    Gli attraversamenti pedonali sono ingorghi e i marciapiedi sono autostrade pedonali, dovete camminare a ritmo serrato, deciso, con una direzione ben chiara, non ci si ferma. Le persone, l’esercito delle formiche, si incrociano e incontrano come in una danza sui quei marciapiedi ripieni di persone, di storie, di cuori. Donne in tailleur firmati e borse da capogiro con le Nike ai piedi e le Loubutin in borsetta, che corrono al lavoro. Uomini d’affari che escono dalle fermate della metro, con la ventiquattrore e l’auricolare nelle orecchie, già impegnati in conversazioni d’affari. Ragazzi che sfrecciano sullo skateboard.  Le strade allagate per la pulizia giornaliera con gli idranti. Tate bengalesi con bimbi in divise scolastiche. Ragazze bellissime con innumerevoli cani al guinzaglio. E poi, la faccia più triste: tanti barboni, tante persone povere che chiedono aiuto, all’angolo di strada. E tanti americani che offrono loro una zuppa o una colazione al volo.

    Lo ammetto: il primo impatto con New York è forte. O riesci ad inserirti in questa danza o la odi, perché ti sentirai sempre fuori tempo.

    I primi giorni quindi sono giorni di adattamento, giorni da naso all’insù. Giorni a fissare quei giganti dei grattacieli, con le nuvole che corrono velocissime e, per uno strano effetto ottico, sembra che facciano muovere quei palazzi infiniti quando si guarda il cielo sopra di loro. Giorni a studiare la gente per la strada, a vagare cercando di assorbire tutto quel ritmo, quell’energia, ed elaborarlo senza farsi risucchiare. Giorni a capire dove sei, dove stai andando, ma soprattutto chi sei.

    La verità è che una città come New York mette in discussione tanto di te e ti fa capire altrettanto. In un posto dove puoi essere chiunque, dove puoi diventare chiunque, dove puoi vestire, vivere, mangiare, pensare come ti pare, ti viene da chiederti: chi sei? E chi vorresti essere se vivessi in un luogo del genere?

    I primi giorni ero sfinita. Non riuscivo a regolarmi al fuso orario, mi svegliavo alle 5, camminavo tutto il giorno e alle 8 di sera ero uno zombie. Mi sentivo come se fossi all’interno di un frullatore. Era tutto troppo: troppo caos, troppa gente, troppo veloce, troppo, troppo, troppo.

    Poi sì, è proprio come una danza: la musica è quella ma ognuno balla a modo suo e così, anch’io, ho trovato il mio ritmo newyorkese.

    E’ successo la terza sera che ero lì, ricordo che tornammo a casa alle 7 per fare una doccia e prepararci per uscire a cena. Sotto la doccia, la famosa doccia che si trovava in cucina ( e che vive ancora nei miei incubi ) pensavo a quanto fossi stanca. Avevo male a tutti i muscoli, i piedi erano a pezzi, volevo solo andare a dormire ma dovevo resistere altrimenti mi sarei svegliata nel cuore della notte e il giorno seguente sarei stata ancora più sfinita. Mi vestii in fretta e, mentre Francesco si preparava, dissi che andavo a dare un’occhiata fuori dalla porta di casa.

    La faccenda è questa: sin da piccola provo curiosità verso i palazzi e i loro inquilini, mi diverto ad immaginare le loro case, come sono arredate, quali sono le storie di vita di chi ci abita, chi sono, cosa gli piace fare. Il nostro vicino newyorkese era un personaggio pittoresco, che stimolò non poco la mia curiosità e immaginazione.

    Avevamo avuto il primo contatto con lui, e avevamo scoperto della sua esistenza, trovando nel mezzo del corridoio per giungere alla porta di casa nostra il suo stendino con il bucato ad asciugare e la sua bicicletta accostata al corrimano.

    Nei giorni successivi avevamo scoperto che le due porte, oltre alla nostra, sul pianerottolo, erano entrambe sue. Una, infatti, dava accesso ad una stanza nella quale viveva, l’altra ad un minuscolo stanzino dipinto in viola melanzana nel quale c’era solo un wc. L’avevamo scoperto perché una mattina, uscendo, l’avevo trovato così, nudo e seduto sulla tazza che leggeva il giornale. Io mi ero subito imbarazzata, lui mi aveva fatto un sorrisone e aveva esclamato “Hey! How you doing? It’s a beautiful sunny day, enjoy!”. Nel tempo mi abituai a questo tipo di incontri, soprattutto quelli nei quali lui era svestito 🙂 Era un uomo molto atletico che aveva superato la cinquantina, rasato e con gli occhi chiari, aveva un sorriso simpatico e una parola sempre gentile, per questo la sua bizzarria era, a poco a poco, passata in secondo piano.

    Fu proprio una coincidenza che devo a lui a farmi trovare il ritmo giusto della mia danza.

    La sera della quale vi parlavo poco prima, uscii dalla porta del nostro appartamento e vidi che la porta che dava sul tetto era aperta: a tenerla spalancata c’era lo stendino ricolmo di calzini e boxer del nostro vicino. Un cartello rosso con scritta bianca vietava l’accesso ai condomini per ragioni di sicurezza. Immagino non serva che io vi dica che quel divieto non mi impedii di andare a curiosare.

    La scalinata che portava alla porta era molto ripida e appena oltrepassata mi ritrovai a cercare di capire dove mettevo i piedi. Era buio pesto, mi trovavo sul tetto, un pavimento grezzo e sconnesso era interrotto qui e lì da comignoli e da qualche bottiglie di birra abbandonata.

    Mi chiesi cosa ci venisse a fare la gente quassù e poi lo capii, lo capii eccome.

    Alzai lo sguardo ed eccolo lì, si stagliava brillante in tutto il suo unico spettacolo: lo skyline di Manhattan.

    Erano tutti lì quei lunghi ed eleganti signori: potevo vedere l’Empire State Building, il Chrysler, Top of the Rock, la Trump Tower e tutti gli altri. Erano lì, luccicanti e tirati a lucido ad illuminare a giorno la notte della Grande Mela. Le luci delle piccole finestre erano accese, altre, come in un simpatico balletto si accendevano e poi spegnevano, era uno spettacolo ipnotico.

    I rumori, il caos, le sirene, erano ovattati, creavano una colonna sonora irresistibile.

    Il cielo scuro abbracciava una New York che si preparava alla vita notturna. La città che non dorme mai era lì, davanti a me, con il suo ritmo incalzante.

    La notte di Manhattan era bianca. Accade questa cosa del tutto particolare e magica: quando il cielo non è limpido ma nuvoloso, le luci dei grattacieli vengono riflesse dalle nuvole facendo sembrare il cielo candido, uno scenario unico.

    Ricordo che mi misi lì, non riuscivo a parlare. Era il mio attimo di pace, ero lì, ma ero fuori da lì.

    Guardavo quello spettacolo e sentivo che finalmente potevo muovere i passi della mia danza, ero parte di qualcosa.

    So che sembra assurdo, so che a molti sembrerò pazza, ma le sensazioni non sono razionali, sono impulsi che ti investono, le senti forti, decise, non puoi fermarle. Non si discutono, sono pura vita che scorre nelle vene e arriva al cuore.

    Da quella sera al termine delle mie giornate ritagliavo sempre qualche minuto nel mio angolo di pace, salivo sul tetto, e fissavo quella città sempre in movimento.

    Sentivo di poter stare in quel caos, perché avevo trovato il mio angolino di meravigliosa pace.

    E poi, avevo finalmente imparato a ballare.

     

    “New York, nel vortice con il naso all’insù” è parte di un filone di post relativi alla mia storia a New York. Puoi trovare il primo episodio, dove tutto ha avuto inizio, qui. Un viaggio lungo tre anni, un sogno che si è realizzato con la vittoria della Green Card Lottery (ti spiego come partecipare alla lotteria qui) e un futuro tutto da scrivere. Ti aspetto sui miei canali social per scrivere assieme questa avventura: InstagramFacebookYouTube.
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