Il mio ritorno a New York. Un cielo di fuoco, una gipsy cab e noi.
  • Il mio ritorno a New York sotto un cielo di fuoco

    Ott 20th • Filed under New York

    il mio ritorno a new york

    Era finalmente arrivato il giorno. Il mio ritorno a New York era ormai questione di ore. Non ero più agitata, non avevo paura.

    Aspettavo il momento in cui la hostess avrebbe annunciato ” Ladies and Gentlemen welcome to New York City”.

    Mentre salivo sull’aereo che mi avrebbe portata oltreoceano pensavo solo che dopo 9 ore avrei nuovamente trovato un po’ di pace.

    Sarei tornata a far parte dell’esercito delle formiche, avrei ricominciato a danzare. Sentivo già il ritmo che pulsava nelle vene, sentivo il mio cuore che moltiplicava i battiti.

    Nell’attesa, nella mia testa tornava continuamente il ritornello di una canzone.

    “I’m coming home
    I’m coming home 
    Tell the world I’m coming home
    Let the rain wash away all the pain of yesterday”

    Suonavano le note. Ma soprattutto, risuonavano le parole.

    Sto tornando a casa, dite al mondo che sto tornando a casa, lascia che la pioggia lavi via tutto il dolore di ieri.

    Si, stavo tornando.

    Era il mio ritorno. Il mio ritorno a New York.

    Al mio arrivo a New York mi attendeva poi uno spicchio di casa, uno spicchio della mia vita italiana. Una mia cara amica era infatti a New York da qualche giorno e io sarei arrivata in quella che era la sua ultima sera nella grande mela. Ci eravamo date appuntamento per cena con i nostri fidanzati.

    I miei bagagli erano, stranamente, passati incolumi al test della bilancia in aeroporto. Era tutto pronto.

    Era il momento di volare!

    Non amo particolarmente volare, non amo star chiusa in spazi ristretti. Non soffro di claustrofobia, ma non è una dei miei passatempi preferiti. Il decollo non mi sta molto simpatico. Ma ero pronta (con i fiori di Bach in borsa però!).

    Nove ore e molti film in inglese dopo, il mio ritorno a New York si concretizzava. Eravamo atterrati in un pomeriggio soleggiato. Ero euforica, un sorrisone stampato sul viso.

    In coda alla dogana per espletare i rituali controlli di sicurezza mi sentivo scalpitante. Dovevo uscire. Volevo mettere piede sul suolo di New York. Volevo ricongiungermi con lei.

    Tutto filò liscio.

    Ricordo che mentre attendevamo in fila ordinata il nostro turno per il taxi, di fronte a me c’era una signora con un cagnolino minuscolo. Mi divertivo a chiamarlo e cercare di accarezzarlo. Era un cagnolino newyorkese? Non saprei, ma ricordo che la sua padrona, una signora sulla cinquantina molto distinta, parlava al telefono e io ascoltavo il suo accento perfettamente americano incantata.

    Arrivò il nostro turno di uscire dall’aeroporto e affacciarci sul marciapiede per attendere il taxi che ci avrebbe portato a Manhattan. Conservo una foto di quel momento, molte di voi la ricorderanno, perché molte di voi seguono il mio profilo Instagram da ben più di un anno.

    Una fila ordinata e interminabile di macchine gialle attendeva i passeggeri. Un cielo ches embrava dipinto faceva da sfondo.

    Ricordo che salimmo in taxi con un ragazzo proveniente da qualche paese non ben identificato del sud est asiatico. L’auto non aveva un buon odore. Lui guidava come si guida a New York: accelerate e brusche frenate. L’ideale per il mio mal d’auto. Ma non lo soffrii.

    A differenza della scorsa volta, il mio ritorno a New York fu in grande, grandissimo stile. Non percorremmo la stessa strada, non prendemmo il tunnel che collega Manhattan alla terra ferma. No, giungemmo a Manhattan attraversando il Queensboro Bridge.

    Mentre ci avvicinavamo alla città che non dorme mai uno spettacolo mozzafiato sembrava coronare il mio ritorno a New York. Di fronte a noi tutti i grattacieli di manhattan si stagliavano su un cielo arancione. Un colore così intenso, così caldo, così deciso, così vivo che sembrava surreale.

    Credo sia stato uno dei tramonti più spettacolari che io abbia mai visto.

    L’arancione del sole che lasciava spazio alla notte ritagliava alla perfezione i contorni dei grattacieli. Manhattan era lì. E non c’era altro di cui dovessi preoccuparmi in quel momento.

    Il taxi procedeva spedito, tra un forte colpo di acceleratore e un’inchiodata. Le luci si accendevano.

    Il blu prendeva il posto dell’arancione.

    Arrivammo in hotel e facemmo una doccia veloce. Il nostro appuntamento per cena era di lì a poco, ma soprattutto, io non vedevo l’ora di riambientarmi in quelle strade. Di risorprendermi dei rumori. Di risentire quegli odori.

    Camminavo per la strada saltellando, come una bambina che va alla sua festa di compleanno. Camminavo nel buio delle strade di Manhattan guardando le case che si ripopolavano dopo le giornate di lavoro.

    Camminavamo mano nella mano domandandoci l’un l’altra “ti ricordi? qui c’era questo” o osservando piccoli cambiamenti.

    Camminavo e facevo il pieno di energia, di quella che tanto mi era mancata.

    Camminavo e non sentivo la stanchezza, camminavo e finalmente ero in pace.

    Fu così che avvenne, col cuore che esplodeva di gioia, il mio ritorno a New York.

    Fu strano abbracciare la mia amica lì. Ci conosciamo da tantissimi anni, eravamo due bambine la prima volta che i nostri occhi si sono incontrati. Ricordo che ci dicemmo assieme “che strano trovarci qui, dall’altra parte del mondo!”.

    Ma io non mi sentivo dall’altra parte del mondo. L’energia di New York era genuina e familiare per me, così come lo era, e lo è, l’affetto che nutro per lei. Ero anzi contenta, di averla incontrata lì. Quasi mi sembrava che rendesse tutto ancora più reale, avere un pezzettino di normale vita nel mio angolino di sogno!

    Passammo la serata ridendo e scherzando, cenammo mangiando hamburger e una montagna di patatine fritte.

    A fine serata, ci salutammo e io tornai a saltellare sui marciapiedi, alla volta dell’hotel.

    Mi sentivo completa. Avevo accanto la persona che amavo e mi trovavo nel luogo nel quale mi sentivo me stessa.

    Sì, ero di nuovo una formica danzante. No, non avevo disimparato. La miccia che New York aveva acceso in me qualche anno prima era ancora, lì pronta a sfavillare, aspettava solo il mio ritorno.

     

     

    il mio ritorno a new york

     

    “I’m coming home
    I’m coming home
    Tell the World I’m coming home
    Let the rain wash away all the pain of yesterday
    I know my kingdom awaits and they’ve forgiven my mistakes

    I’m coming home, I’m coming home
    Tell the World that I’m coming
    Back where I belong, I never felt so strong
    I feel like there’s nothing that I can’t try
    And if you with me put your hands high
    If you ever lost a light before, this ones for you
    And you, the dreams are for you ”

     

    Il mio ritorno a New York è parte di un filone di post relativi alla mia storia a New York. Puoi trovare il primo episodio, dove tutto ha avuto inizio, qui. Un viaggio lungo tre anni, un sogno che si è realizzato con la vittoria della Green Card Lottery (ti spiego come partecipare alla lotteria qui) e un futuro tutto da scrivere. Ti aspetto sui miei canali social per scrivere assieme questa avventura: InstagramFacebookYouTube.
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